10 FEBBRAIO:RICORDIAMO LE FOIBE
Nella primavera del 1945
la IV Armata jugoslava, puntò verso Fiume, l'Istria e Trieste.
L'obiettivo era di occupare
la Venezia Giulia prima dell'arrivo degli alleati e si trascurò
allo scopo di occupare le due capitali (Zagabria e Lubiana),
lasciandole in mano germanica. Il 20 aprile 1945 le formazioni
partigiane raggiunsero i confini della Venezia Giulia. Tra il 30
aprile ed il 1° maggio le formazioni del IX
Korpus sloveno occuparono l'Istria, Trieste e Gorizia.
Il nuovo regime si mosse in due direzioni. Le autorità
militari avevano il mandato di ristabilire la legittimità
della nuova situazione creatasi con operazioni militari di
occupazione. L'OZNA, la polizia segreta jugoslava, invece, operava
nella più totale autonomia. Il compito della stessa era quello
di arrestare i componenti del CLN e delle altre organizzazioni
antifasciste italiane nonché tutti coloro che avrebbero potuto
opporsi alla futura annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia,
rivendicando l'appartenza della stessa all'Italia.
A partire dal maggio del 1945, quindi, massacri si verificarono in
tutta la Venezia Giulia (Trieste,
Gorizia, Istria e
Fiume). A Gorizia e Trieste (occupate dal 1°
maggio), i massacri cessarono con l'arrivo degli alleati il 12
giugno: si riscontrò l'uccisione di diverse migliaia di
persone, molte delle quali gettate vive nelle foibe.
I baratri venivano usati per l'occultamento di cadaveri con tre
scopi: eliminare gli oppositori politici e i cittadini italiani che
si opponevano (o avrebbero potuto opporsi) alle politiche del Partito
Comunista Jugoslavo di Tito;
dominare e terrorizzare la popolazione italiana delle zone contese ed
in qualche caso vendicarsi di nemici personali, magari per ottenere
un immediato beneficio patrimoniale.
Gli scritti dell'allora sindaco di Trieste, Gianni
Bartoli, nonché alcuni documenti inglesi riportano che
molte migliaia di persone sono state gettate nelle foibe locali
riferendosi alla sola città di Trieste e alle zone limitrofe,
non includendo dunque il resto della Giulia, dell'Istria (dove si è
registrata la maggioranza dei casi) e della Dalmazia. In possesso di
queste informazioni il Governo
De Gasperi nel maggio 1945 chiese ragione a Tito di 2.500 morti e
7.500 scomparsi nella Venezia
Giulia. Tito confermò l'esistenza delle foibe come
occultamento di cadaveri e i governi iugoslavi successivi mai
smentirono.
Con l'arrivo dei partigiani jugoslavi
anche a Gorizia iniziarono le repressioni che toccarono l'apice fra
il 2 e il 20 maggio. Migliaia furono gli arresti e gli scomparsi non
solo tra gli italiani, ma anche tra tutti coloro che si opponevano al
regime comunista di Tito
Le autorità slovene
a marzo del 2006 hanno consegnato al sindaco di Gorizia
un elenco di 1.048 deportati dalla provincia di Gorizia, dei quali
circa 900 non hanno fatto più ritorno. Secondo il presidente
dell'Unione degli Istriani, Massimiliano
Lacota, questa lista sarebbe ancora grandemente incompleta.
Tra gli sloveni uccisi vanno ricordati: Ivo
Bric di Montespino (Dornberk), antifascista cattolico
ucciso con la famiglia il 2 luglio 1943,
Vera
Lesten di Merna,
poetessa e antifascista cattolica, uccisa nel novembre del 1943,
la famiglia Brecelj di Aidussina
(il padre Anton, le figlie Marica e Angela e il figlio Martin) uccisa
nel luglio del 1944.
Tra i sacerdoti uccisi (e spesso infoibati) dai comunisti vanno
ricordati: don Alojzij
Obit del Collio
(scomparso nel gennaio 1944),
don Lado
Piščanc e don Ludvik
Sluga di Circhina
(uccisi con altri 13 parrocchiani sloveni nel febbraio del 1944),
don Anton
Pisk di Tolmino
(scomparso e probabilmente infoibato nell'ottobre 1944), don Filip
Terčelj di Aidussina,
sequestrato dalla polizia segreta il 7 gennaio 1946
e successivamente scomparso, e don Izidor
Zavadlav di Vertoiba,
arrestato e fucilato il 15 settembre 1946.
Un caso a parte rappresenta la sorte di Andrej
Uršič di Caporetto,
giornalista antifascista e anticomunista sloveno, ex membro del TIGR
e co-fondatore dell'Unione
Democratica Slovena in Italia, sequestrato dalla polizia segreta
jugoslava nel 31 agosto del 1947,
sottoposto a sevizie, probabilmente ucciso nell'autunno del 1948,
e il suo cadavere gettato in una delle foibe della Selva di Tarnova.
Particolarmente violenta fu la caccia ai pochi autonomisti
fiumani,
dei quali una buona parte fu schiettamente antifascista. Essendo la
corrente autonomista particolarmente forte in città e temendo
il loro intervento contro la cessione della sovranità alla
Jugoslavia, i partigiani uccisero nelle prime ore di occupazione
della città i vecchi capi autonomisti Mario
Blasich (infermo da anni, venne strangolato nel suo letto),
Giuseppe
Sincich e Mario
Skull. In contemporanea, venne fatto resuscitare il vecchio
giornale autonomista La
Voce del Popolo, il quale si scatenò in una violentissima
campagna di denuncia proprio degli autonomisti, accomunati ai
fascisti.
Toccante fu la storia di Angelo
Adam, autonomista ebreo fiumano italiano. Già deportato a
Dachau
e miracolosamente salvatosi, al ritorno in città venne eletto
nei comitati sindacali aziendali, che fra i mesi di luglio e dicembre
1945 videro impegnate le intere maestranze cittadine, su impulso del
Partito Comunista Croato. Inaspettatamente, queste elezioni videro il
trionfo delle componenti autonomiste, che ottennero oltre il 70% dei
seggi. In procinto di partire per Milano per incontrare i componenti
del CLNAI, Angelo
Adam venne arrestato, così come in immediata successione la
moglie Ernesta Stefancich e il giorno dopo la figlia minorenne Zulema
Adam, recatasi presso le autorità per chiedere informazioni
sulla sorte dei genitori. Di nessuno dei tre si ebbero più
notizie.
Tra i politici furono uccisi i senatori fiumani Icilio
Bacci e Riccardo
Gigante che non si erano macchiati di crimini. In anni recenti
vicino alla località di Castua
è stata individuata la fossa dove riposano i resti di Gigante,
ma risulta difficile il loro recupero.
Il numero di italiani sicuramente uccisi dall'entrata nella città
di Fiume
delle truppe jugoslave (3 maggio 1945) fino al 31 dicembre 1947 è
di 652, a cui va aggiunto un altro numero di vittime non esattamente
identificabile per mancanza di riscontri certi.
Nelle foibe sono stati gettati molti dei cadaveri delle persone
eliminate dai partigiani jugoslavi. Le vittime civili e militari sono
state fucilate e gettate in foiba. In alcuni casi, come è
stato possibile documentare, furono precipitate nell'abisso non
colpite o solo ferite .
Sebbene quest'ultima modalità di esecuzione fosse, come già
detto, solo uno dei modi con cui vennero uccise le vittime dei
partigiani di Tito, nella cultura popolare divenne il metodo di
esecuzione per eccellenza ed un simbolo del massacro.
In realtà la maggior parte delle vittime, date per
infoibate, sono stati inviate nei campi di concentramento jugoslavi
dove molte furono uccise o morirono di stenti o malattia.
Tra i caduti figurano membri del Partito
nazionale fascista, ufficiali e funzionari pubblici, parte
dell’alta dirigenza italiana contraria sia al comunismo, sia al
fascismo (tra cui compaiono numerosi capi di organizzazioni
partigiane anti-fasciste) sloveni e croati anti-comunisti,
collaboratori e nazionalisti radicali e semplici cittadini.
FONTE:WIKIPEDYA
Sindicazione




09.07.10 @ 17:53:06
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21.04.10 @ 12:29:37
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Condivido in pieno, purtroppo in Italia ...
27.04.09 @ 00:42:03
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